venerdì 19 luglio 2019

Perché non avvertiamo (più) la tragedia del dolore innocente?


Vincent Lambert è morto e sepolto, già ci giungono notizie sulla prossima vittima designata dalla “società dello scarto” e appare sempre più fiaccata la capacità non solo di offrire una risposta e un'alternativa alla dissoluzione, bensì anche quella di coglierne il dramma. Un giovane gesuita italiano si chiede se la libertà umana non sia stata “inventata” dagli autori sacri, e l'idea promette di rivelarsi più che meramente “suggestiva”.

Questa mattina commentavo con un’amica la terribile notizia della bambina uccisa da una pallina da golf fatalmente impattata sulla sua nuca dopo essere stata colpita dal padre, il quale portava abitualmente la figlia sul green. La bimba era quietamente seduta sulla golf cart, il padre non era un giocatore della domenica (e del resto aveva portato la figlia su un prato da golf, certo non a un safari). Eppure per la seienne non c’è stato nulla da fare. A stento si riesce a immaginare che si possa fare qualcosa per il padre. La mia amica commentava:

Vedi? La tragedia è sempre dietro l’angolo della vita di ciascuno. Dio dice che valiamo molto più di molti passeri, ma spesso si ha l’impressione che valiamo meno della sabbia. Ci mettiamo a battagliare per una vita in bilico e migliaia di vite cadono come grano sotto la falce ogni istante; è meglio morire vittima della mano iniqua dell’uomo o per il distratto fato? meglio una pallina in testa nel campo da golf o il sistema sanitario inglese che ti fa guerra e ti stacca il respiratore?
Dato il suo riferimento al delicato caso della piccola Tafida, di un anno più giovane della bimba statunitense, ho osservato di rimando che quando la posta in gioco è così alta anche solo il sospetto del dolo è più intollerabile dell’evidenza della colpa, e più lieve di tutto appare il cieco fato. Un dolore al quale non possano mescolarsi rancore e risentimento, paragonato agli altri due, sembra quasi dolce. La verità, però, è che nessuno ama soffrire e men che meno qualcuno desidera morire: quando poi a morire sono (o devono essere) delle persone amate lo strazio si fa insopportabile e si giunge a sognare di poter barattare la vita dell’amato con la propria. E neppure questo, ordinariamente, è possibile, dunque restano umanamente condivisibili solo i versi della leopardiana Saffo:
[…] Negletta prole / nascemmo al pianto, e la ragione in grembo / de’ celesti si posa. […]

L’escalation di disfatte per il “fronte bioconservatore”

Non è questa la sede in cui parleremo di Tafida (anche perché si è già scritto qualcosa di eccessivo, a quanto ho potuto appurare dalle fonti, ed è bene – per la bimba soprattutto – far calmare le acque): quand’anche emergesse un (altro) caso di malasanità, esso sarebbe ulteriormente imbruttito dal contorno raffazzonato e scomposto di certo associazionismo, che rapsodicamente insegue “casi” da intestarsi per un pugno di clic (o di euro). Troppo fresca è ancora la cocente sconfitta del “fronte bioconservatore” nella vicenda Lambert, e quella francese è stata appena l’ultima di tutta una serie di Caporetto bioetiche: Alfie Evans, e Charlie Gard sono le più famose, Isaiah Haastrup e la quasi-anonima Inés passarono quasi inosservate, ma il copione – che poi è sempre il medesimo – prevede che alle mute Parche si affianchi un’istituzione impolverata di grigia burocrazia, e che contro di essa le stesse Istituzioni non possano più di quanto gli antichi dèi potevano contro l’onnipotente Fato: nel “poema della forza”, l’Iliade, perfino Zeus dovette sottostare all’ineluttabile sentenza delle Moire sul figlio Sarpedonte, che Patroclo avrebbe dovuto uccidere.

Questo pone – in chiave postmoderna quanto si voglia – il sempreverde tema della libertà umana, nella fattispecie della libertà di fronte ai mali. Mali fisici e che si subiscono, certo, dunque i meno ambigui ma i più scottanti. Proprio sul numero de La Civiltà Cattolica che verrà pubblicato sabato ho potuto gustare un bell’articolo del giovane gesuita Vincenzo Anselmo, che ha innestato negli anni le specializzazioni bibliche nelle basi di una solida formazione psicologica: bizzarra coincidenza leggerlo proprio oggi che m’interrogavo sul titanismo frustrato a cui ogni sforzo prolifesembra destinato in partenza nel nostro panorama. La domanda sottesa all’articolo – anzi, l’hanno messa come titolo… – è se sia stata la Bibbia a “inventare” la libertà dell’uomo: considerazione storico-culturale che, date le premesse di cui sopra, rivestirebbe una sfumatura in più in ordine alla comprensione del nostro contesto già abbondantemente post-cristiano.
La lotta dei personaggi biblici contro un destino avverso e sproporzionato rispetto alle proprie forze e alle proprie colpe – si domanda p. Anselmo – li rende nel loro agonismo personaggi tragici. -  Vincenzo Anselmo, La libertà dell’uomo è un’“invenzione” della Bibbia?, in La Civiltà Cattolica 4058, 127-137, 128

La Bibbia è piena di drammi (e di teo-drammatica), ma latita la tragedia

Certo, nella Bibbia ci sono moltissime bellissime storie: dall’epico Mosè alla dolcissima Ester, dalla “maschia Giaele” all’umanissimo re Davide, santo e peccatore (e che diremo di Noè o di quasi tutti i personaggi dei libri maccabaici?). Per trovare un personaggio veramente tragico, tuttavia, Vittorio Alfieri dovette accontentarsi del solo Saul – e difatti anche p. Anselmo menziona il tormentato re biblico –, ma il personaggio oggettivamente più impressionante di tutti è Iefte, che immolando al Dio biblico la figlia unigenita come prezzo cruento della vittoria militare sugli ammoniti riecheggia sinistramente il sacrificio di Ifigenia. I tempi delle storie coincidono, grossomodo, così pure come quelli dei racconti, perché il conflitto di Troia avviene nell’Egeo poco dopo l’epoca biblica dei Giudici in Palestina, e del resto Euripide visse poco dopo la redazione finale presunta del libro scritturistico. Quel che importa però non è chi sia arrivato primo, né chi abbia eventualmente attinto dall’altro, ma proprio quell’ingrediente che impedisce alla vicenda di Iefte di trasformarsi in una vera e propria tragedia. Il p. Anselmo annota tutta una serie di considerazioni importanti sulla suspense della narrazione biblica, ottenuta quando alla sospensione dell’incredulità si unisce la percezione che Dio “lasci fare” la vicenda senza intervenire costantemente a gamba tesa (a differenza che nell’Iliade), ma il passaggio fondamentale su Iefte è un altro, perché
[…] non c’è suspense circa l’intervento divino, mentre la tensione narrativa riguarda gli esiti di un voto drammatico che non è stato richiesto né approvato da Dio.Ivi, 134
Aveva infatti spiegato subito prima, il gesuita:
De un punto di vista narrativo, se il voto precedesse l’azione divina, allora si potrebbe pensare a un’approvazione del Signore di fronte a un elemento determinante perché egli manifesti il suo favore agli israeliti. Nel racconto, invece, Dio scende direttamente in campo prima che il voto venga formulato.Ibid.
E subito dopo:
Iefte mostra così di non fidarsi totalmente dell’azione di Dio, perché, pur di ottenere la vittoria, è disposto ad acquistarla, pagando un prezzo molto alto. Egli si propone di offrire un olocausto di valore per ricevere in cambio un successo di cui non si sente sicuro, nonostante l’intervento del Signore.Ibid.
Non è solo il contesto prossimo, dunque, ad allontanare Iefte da Agamennone – ché all’Acheo l’oracolo stesso impose l’olocausto della figlia come conditio sine qua non della vittoria militare ad Ilio –, ma anche quello remoto:
Da un punto di vista narrativo – spiega infatti il gesuita –, la storia di Iefte è collocata nel macroracconto di Genesi-2Re, dopo che Israele ha ricevuto la Torah, che proibisce esplicitamente i sacrifici umani (cf. Lev 18, 21 e 20, 2-50).[…] Com’è possibile che colui che mostra di conoscere così bene la Torah, quando riferisce al re degli Ammoniti gli episodi raccontati nel libro dei Numeri, non sia al corrente della proibizione dei sacrifici umani?Ivi, 135
Iefte non è vittima del destino e degli dèi, ma di un panorama religioso che egli ha plasmato a propria immagine e somiglianza a prescindere dalla Rivelazione divina (e anzi in aperto contrasto con essa). Il p. Anselmo sottolinea che l’“assenza e il silenzio di Dio” non esprimono “disinteresse”, ma pongono «ogni uomo in ogni tempo davanti alle proprie responsabilità» (ivi, 137). Questo è sicuramente vero, e anzi mi suscita una considerazione che annoto a margine: è paradossale ma tanto più indicativo che il silenzio avvolga (e abbia sempre avvolto) il resto della vicenda di Iefte e della figlia, che termina col sacrificio, mentre ancora secoli dopo l’avvio dell’epos omerico i tragici svisceravano con insistenza le vicende collaterali a quella di Ifigenia (ovvero quelle di Agamennone – e di Clitennestra – tanto per tenerci stretti). La domanda è: se l’ineluttabile fato impone un sacrificio, perché macerarsi nel rimorso come se si fosse potuto fare diversamente? Perché la madre della ragazza immolata dovrebbe uccidere il marito (o anche solo serbargli rancore), dal momento che la ragione per cui è andata perduta la vita della figlia è immensamente superiore anche alla pur grave ragion di Stato?

La libertà oggi: un gadget obsoleto

La tragedia indugia, con gusto tarantiniano per la scena truculenta, sugli effetti di libertà continuamente negate e ostinatamente rinate; al contrario, la scena biblica si chiude su Iefte e sulla figlia senza che più nulla (neppure nei secoli successivi) venga descritto a corollario della loro vicenda. Perché essa era già tutta compresa nell’ottica della libertà di un padre di famiglia (che il contesto – già allora contrastato dalla rivelazione divina – dava pacificamente per signore assoluto della casa).
I tragici intuivano che la libertà umana doveva esistere, come pure quella degli dèi, ma non sapevano rendere ragione di questa speranza (cf. 1Pt 3, 15) – ritengo perché ignari dell’orizzonte teologico offerto dalla notizia (veramente evangelica) della volontà salvifica universale di Dio. Se Dio vuole entrare in contatto con gli uomini e stringere un’alleanza con loro, l’anelito alla felicità che essi da sempre percepiscono nel cuore trova una spiegazione ragionevole e profonda: se di quest’alleanza non s’è mai sentito parlare (e anzi si hanno diverse ragioni per sospettare le divinità capaci di atroci nefandezze), allora l’uomo resta un animale razionale divorato dal senso del tragico.
Quando a quell’animale razionale è stata sequestrata la stessa nozione del divino, ciò che ne è rimasta è a stento “una passione inutile” (Sartre): il paradosso tragico era claudicante e sanguinolento, ma gli uomini non lo mollavano perché intuivano al suo cuore una profonda benché ancora indistinta verità; immerso negli acidi dei “maestri del sospetto”, di esso resta il sordo assurdo.

Non più Agamennone o Iefte uccidono degli innocenti per lucrare (a seguito o no di previo e specifico comando) un’auspicata vittoria, ma dei grigi sistemi senza volto, i quali esercitano sui bambini quel diritto – ius vitæ ac necis – che un tempo avevano giudicato barbarico nel patriarcato. E neppure possiamo scriverci su una tragedia – quel che forse è perfino peggio –, perché non ne siamo capaci. Della libertà non sappiamo più cosa farci.
L’ha recentemente illustrato un poeta del nostro tempo di orfani:
Ora che sono… Ora che sono qui,in questo stupido stupido hotel,e non sei qui con me…Tutto mi sembra inutile,tutto mi sembra com’è:farmi la barba o uccidere…che differenza c’è?

martedì 16 luglio 2019

Cosa succede? Cosa succede in città? C'è qualche cosa, qualcosa che non va!


Cosa succede in città?
Succede che dall'oggi al domani inizia a circolare su qualche media la notizia di una serie di arresti tra sindaci, psicologi, assistenti sociali e giudici onorari coinvolti nell'allontanamento e riassegnazione di minori.
Pare, dicono i media che riportano la notizia, che gli allontanamenti non fossero giustificati e che gli affidamenti fossero, diciamo così, decisi sulla base del miglior interesse della famiglia affidataria.

C'è qualche cosa... qualcosa che non va!
Marco Mescolini è il procuratore capo di Reggio Emilia dall'autunno del 2018; al suo attivo c'è il più importante processo antimafia del Nord Italia e dopo meno di un anno scoperchia il vaso di pandora: "Data la mole di intercettazioni c'è molto poco da interpretare. Il quadro emerso è decisamente inquietante".
Ciò di cui si è parlato è successo veramente, parola di Procuratore della Repubblica!
E' successo che famiglie arbitrariamente definite incapaci di allevare i propri figli, venivano accusate di ogni porcata pur di ottenere, dal Tribunale l'allontanamento. Per farlo, i bambini venivano manipolati, venivano loro innestati ricordi di esperienze mai vissute, venivano convinti che i loro genitori non li amassero e intendessero abbandonarli.
I responsabili, come accennato, sono assistenti sociali, giudici onorari, avvocati, psicoterapeuti, giudici togati, associazionismo legato all'accoglienza di orfani... ma a che pro?
Francesco Morcavallo è un giudice dei minori che ha abbandonato il tribunale per questioni di coscienza. Già qualche anno fa mi ero imbattuto in una sua intervista nella quale raccontava la sua scelta di abbandonare il tribunale perché molti più bambini del dovuto venivano allontanati dalle famiglie di origine ed affidati ad associazioni strettamente legate a chi decretava l'allontanamento (Qui il link al pezzo). La Magistratura, per definizione organo super partes per eccellenza, parrebbe quindi legata a doppio filo alla perversione di cui si parla, ma tenendo a mente i fatti dicronaca degli ultimi tempi riguardo le nomine dei controllori dei controllori, non mi sento di poter dire di essere caduto dal pero.
Il motivo, diceva, è che per ogni bambino affidato, l'affidatario percepisce dallo Stato fino a quattrocento euro al giorno.
A vole essere maliziosi si penserebbe immediatamente ai trentacinque euro al giorno riconosciuti a chi si occupa di un migrante.
Qualcuno ha riportato all'attenzione dell'opinione pubblica una vecchia inchiesta radiofonica firmata Pablo Trincia, Veleno.
La vicenda ricostruita risale agli anni '90, e racconta di una comunità di trentamila persone nella quale pare agisse una setta satanica, guidata da un prete, dedita a sacrifici umani e stupri di bambini.
Prendiamo tutto con le molle, e teniamo sempre come stella polare il beneficio del dubbio, ma dall'inchiesta sembrerebbe che gli atroci motivi per cui i bambini vennero allontanati dalle famiglie erano tutti inventati, innestati nelle menti di quegli stessi bambini come memorie di esperienze mai vissute. E ora come allora, stesse tecniche, stesso motivo, stesso obbiettivo: rapire, col benestare di un giudice, i figli di una coppia di disgraziati e venderli ad amici per soddisfare i loro capricci.
Se il tutto non fosse abbastanza inquietante, parrebbe che alcuni dei responsabili di quanto successo negli anni '90, siano ancora in servizio e, responsabili dei fatti narrati dalla cronaca di queste settimane. 
Ma non è tutto. 
Una delle personalità più di spicco dell'organizzazione che ha operato indisturbata per anni, Federica Anghinolfi, è un'importantissima attivista LGBT a livello nazionale: una che per Arcigay &Co. organizza convegni dal titolo "L'affido familiare a personeOmosessuali – Seminario e spettacolo. Due eventi in un'unicagiornata per raccontare l'affido familiare a persone omosessuali, unfenomeno in grande evoluzione, anche nel nostro paese".
Una delle coppie affidatarie di bambini rapiti dalle proprie famiglie di origine, gira attorno a Fadia Bassmaji, ex compagna della Anghinolfi, regista, progettista culturale e formatrice. Nella sua bio Linkedin dice di se: "[...] Nella mia attività riservo una particolare attenzione alle differenze di genere, alle dinamiche legate ai minori e alle politiche legate all'economia della conoscenza." La Regione Emilia Romagna l'ha incaricata di curare un convegno totalmente dedicato al tema degli abusi sui minori incassando il plauso della Presidente la Commissione Parità della Regione Emilia Romagna, Roberta Mori (PD).
Si tratta sicuramente di una coincidenza, ed è senza dubbio la mia deformazione complottara a farmi notare come solo l'anno prima, veniva depositato il disegno dilegge n°1680 "Introduzione dell'educazione di genere e della prospettiva di genere nelle attività e nei materiali didattici delle scuole del sistema nazionale di istruzione e nelle università". Ed è ovviamente un caso che il primo firmatario del disegno di legge fosse il ministro Valeria Fedeli (PD governo Renzi). Ed è ovvio che le raccomandazioni dell' OMS a riguardo non c'entrano niente.

Mi urge sottolineare come l'accento posto sul partito di appartenenza dei politici citati sia del tutto indicativo: sono profondamente convinto che il PD sia null'altro che l'equivalente dei talebani per la C.I.A., ossia la bassa manovalanza territoriale che serve ad uno scopo molto più ampio. Sta comunque di fatto che questo scenario si è sviluppato all'ombra del potere Dem, con il plauso, entusiasta, in Italia, dei 5S e la connivenza di tutti i partiti, volenti o nolenti, mai impegnati seriamente nell'ostacolare la diffusione dell'auspicio di stravolgimento dell'ordine sociale.

Ma quindi qual è il morale della favola?
Sappiamo che almeno dagli anni '90 una certa componente della società civile, in combutta con una branca dello Stato, rapisce i figli dei disagiati per i propri tornaconti (e poi c'è quello che non sappiamo). Siano essi economici o ideologici, il proletario, schiacciato dall'evoluzionismo sociale e dal progressismo economico, viene privato dei propri figli a beneficio delle classi più potenti, che avranno a propria disposizione menti deboli, già torturate e pronte ad assorbire qualunque indottrinamento per tutta la durata di una vita priva degli affetti più veri e disinteressati.

Massimo Introvigne ci dice che i satanisti non credono nel demonio. Utilizzano la simbologia a lui legata per sbeffeggiare il cristianesimo e i dettami che imporrebbe. I satanisti sono persone fondamentalmente atee che utilizzano l'immaginario dell' anticristo per avallare ogni propria più recondita perversione.

La morale della favola quindi, è che la nostra è una civiltà profondamente satanista.
Una società nella quale il debole è sacrificato sull'altare del più forte al pari di un agnello in un rito precristiano; al pari di un uomo accusato dei più orrendi abusi solo per avere da un giudice l'autorizzazione a vendere suo figlio; al pari di un bambino portato a credere di aver subito cose indicibili per costringerlo ad accusare suo padre; al pari di un sistema che mira scientemente ed ostinatamente a screditare la cosa più sacra che esista al mondo e cioè il legame intimo e profondo tra i genitori ed i propri figli, al solo scopo di perpetuare il circolo vizioso del sacrificio umano del debole sull'altare del più forte.

Prenderne coscienza è il primo passo. Poi, bisogna trovare il coraggio di fare il secondo...

lunedì 10 giugno 2019

Ma noi, qui, che ci stiamo a fare?

Vi siete mai chiesti perché i leoni non facciano altro, tutto il giorno, che montare le femmine, litigare tra maschi e starsene al sole con la pancia all'aria aspettando che le femmine portino una carcassa da sbranare?
Le società di Panthera leo si fondano, come la stragrande maggioranza delle società animali, sul principio della prosecuzione della linea genetica: ogni individuo ha l'interesse ultimo, quello intorno al quale ruota ogni sua azione, dall'alimentazione alla ricerca del cibo, dalla competizione intraspecifica alla costruzione/ricerca di un nido, nel far si che il proprio patrimonio genetico sopravviva alla propria generazione.
Come fanno i leoni maschi a garantirselo? Fecondano quante più leonesse possibile, arrivando a ripetere la monta oltre cinquanta volte in un giorno, e sterminando i cuccioli generati dal maschio cui hanno sottratto il territorio corredato di femmine fertili, gnu, corsi d'acqua e alberi a sufficienza da avere un po' d'ombra. Per questo l'unico compito dei leoni maschi nel branco è quello di tenere lontani gli altri maschi.
I cuccioli che crescono protetti dal proprio padre, una volta raggiunta quell'età in cui i romantici amano dire che al cuor non si comanda, sanno come se qualcuno glielo avesse spiegato nel dettaglio, che presi dalla tempesta ormonale della stagione degli amori, non sapranno riconoscere le proprie sorelle e, per evitare di accoppiarsi con loro, assecondano quel profondo risentimento che provano per i propri genitori e si allontanano dal branco. Adolescenza, dicono i poeti. Evitare l'inbreeding depression, dicono gli etologi.

E a noi?
A noi interessa eccome!
Se credete nell'evoluzione, e fareste bene a crederci, sapete che quel grumo di cellule che chiamiamo corpo è la più evoluta delle scimmie e, da buon primate, cosi come il leone è un Boreoeutheria, un mammifero, un tetrapode, un vertebrato e cordato.
Ogni cordato condivide con tutte le creature animali esistenti ed estinte, da 451 di milioni di anni ad oggi una struttura anatomica, la notocorda, dalla quale deriva, microevoluzione dopo microevoluzione e macroevoluzione dopo macroevoluzione, il sistema nervoso centrale di Homo sapiens.
La linea di separazione tra le specie da cui provengono i primati e le specie da cui provengono i carnivori è indicata all'incirca a 100 milioni di anni fa.

Se tanto mi da tanto, noi ed i leoni abbiamo 350 milioni di anni di evoluzione strettamente in comune. Questo non può che significare che ciò che spinge i leoni a scacciare un maschio per accoppiarsi con le sue femmine ed uccidergli i figli c'è anche nel nostro cervello.
Eppure se oggi considereremmo abominevole un'eventualità del genere qualcosa dev'essere successo.
Si, ma che cosa?
Quand'è che le leggi della natura sono cambiate?

Per quanto ne sappiamo, del nostro antenato più antico abbiamo pochi frammenti di ossa, sappiamo che era una femmina vissuta circa 1,7 milioni di anni fa nell'area che oggi chiamiamo Kenya. Sappiamo che KNM-ER-1808, questo è il suo nome, era malata. E' morta di ipervitaminosi A, H. erectus nella classificazione ma inabile a camminare. E' morta molto dopo aver perso l'uso delle gambe.
Questo ci dice che con  lei, Homo ha smesso di essere un animale fra tanti, una scimmia qualunque. Homo ha imparato a prendersi cura degli inutili ed a sacrificare le proprie risorse per una causa persa.

La cronaca di questi giorni mi ha molto interrogato su tutto ciò.
Quanto devono essere potenti le sovrastrutture evolutive sociali che abbiamo sviluppato negli ultimi due o tre milioni di anni per metterci una pezza? Per fare un paragone più facilmente apprezzabile, potremmo chiederci quanto forte dovrebbe essere la motivazione che ci consentisse di  cambiare a 70 anni un'abitudine che ci portiamo dietro dall'infanzia. Cosa effettivamente ci rende umani e cosa ci fa dimenticare di esserlo?
Ma soprattutto, che cosa ci dice il nostro passato che possa tessere il nostro futuro?

Se un uomo che minaccia la sua compagna arriva a sparare al figlio di lei che tenta di difenderla, sappiamo che ad agire è la parte più recondita del nostro inconscio; sappiamo che quanto abbiamo imparato con l'aver curato KNM-ER-1808 è stato dimenticato. Ma abbiamo anche dimenticato che se quel ragazzo avesse avuto un padre premuroso, nessuno avrebbe minacciato sua madre ne tanto meno sparato a lui.
Se una diciassettenne cede al dolore ed alla disperazione nell'indifferenza della società e nell'accondiscendenza dei propri genitori, allora vuol dire che abbiamo completamente perso l'istinto di proteggere il nostro patrimonio genetico e abbandonato la primordiale scintilla di umanità che ha permesso a KNM-ER-1808 di morire si, ma con l'indescritta sensazione di essere l'oltrescimmia: l'embrione dell'umanità.
Se un intero paese si interroga sul considerare deprecabile l'intrattenere relazioni carnali tra stretti consanguinei, allora abbiamo occultato un'evidenza tanto lampante da risultare determinante anche per chi non ha l'intelletto.

Non credo si possa considerare sbagliato, ritenere che stiamo andando alla velocità della luce verso la piena realizzazione del perfetto terreno di coltura in cui lasciar proliferare il peggio dell'eredità che abbiamo ricevuto. Un terreno di coltura in cui non c'è spazio per la cura a fondo perduto dell'inutile perché dignitoso in quanto uomo. In cui non c'è spazio per la faticosa costruzione del miglior contesto possibile, sacrificato ad un'asta al ribasso nella quale prendere come riferimento soltanto le condizioni peggiori osservate.

Ho paura che dell'uomo che verrà resterà tutto ciò che c'è stato tranne l'avvento dell'umanità.
E allora, se anche mantenessimo tutte le strutture anatomiche e le funzioni fisiologiche, ciò che diventeremo sarà di nuovo una scimmia e saremo esistiti inutilmente.
E' questo che vogliamo?
Non dovremmo invece invertire la rotta e continuare a chiederci in ogni istante come la scelta che stiamo per compiere possa rendere il futuro che ci aspetta il miglior futuro possibile?

E' senza ombra di dubbio uno sforzo enorme, ma non può essere più grande dello sforzo compiuto dai compagni di KNM-ER-1808 per tenerla in vita e darle la certezza di esistere.

giovedì 31 gennaio 2019

The only reason why

Hannah Baker è morta.
E' morta davvero! Brutta, pessima notizia per gli inguaribili ottimisti che, come me, hanno sperato fino all'ultimo che fosse tutta una messa in scena per nascondere una fuga alla Alexander Supertramp.
Per dirla con Clay:
«E' uscita da scuola, è andata a casa, ha messo le cose in ordine. Ha riportato la divisa al Cresmont, dove lavoravamo insieme; non ha detto niente. L'ha messa sul bancone e se ne è andata. Ha portato una scatola ad un amico ed un'altra all'ufficio postale. Poi è tornata a casa. Si è messa dei vecchi vestiti. E' andata in bagno, ha riempito la vasca ed ha aperto la scatola di lamette che aveva preso dal negozio dei suoi. E' entrata nella vasca da bagno senza neppure svestirsi. Si è tagliata le vene ed è morta dissanguata.»
Niente colonna sonora. Solo il respiro affannato, lo sgocciolare del rubinetto e l'attesa della fine nel tingersi di rosso dell'acqua.

Una scena truce come truce è il suicidio di una diciassettenne.
Contrariamente da quanto siamo portati a pensare dal titolo della serie, le tredici ragioni che danno senso alle tredici puntate, non hanno nulla a che vedere con il gesto.
Hannah è il protoripo dell' Übermensch, totalmente emancipata dall'immonda morale dello schiavo e consegnata, liberata, ad una società regolata dagli alti valori della competizione, della violenza e della lotta per la sopravvivenza.
Il puro Dioniso, fluttuante senza appigli tra mille Dionisi.
Quale altra scelta potrebbe avere senso, presa coscienza della propria inettitudine di schiavo, ultimo, malato, insensatamente inutile, se non il suicidio?

Il presente di Hannah è un presente estemporaneo, frenetico e ripiegato su se stesso. Non sentiamo mai parlare di nonni, zii o cugini, non ci sono ricordi d'infanzia, non ha rapporti veri con nessun amica della scuola che ha lasciato. Se guarda al futuro vede solo la farmacia dei sui genitori che, oltretutto, è la causa del trasferimento che l'ha portata nella nuova vita. Una farmacia schiacciata da una grossa catena di centri commerciali, gestita da chi vorrebbe un lavoro dignitoso per vivere sereno con la propria famiglia ma che nonostante il trasferimento non risolve i problemi che pensava di aver lasciato alle spalle. I genitori di Hannah sono senza dubbio brave persone ma sono soli, lavorano insieme nel negozio di famiglia e non hanno passioni. Non è un caso che nella seconda stagione scopriamo che il padre di Hannah, in un certo periodo della sua vita ha avuto un'amante per la quale, dopo la morte della figlia, lascia la moglie.
Hannah è un giunco al vento.
Va a scuola, si anestetizza dall'inquietudine oggi con un amico domani con un altro, lavora in un cinema, torna a casa e l'indomani ricomincia tutto daccapo.
I suoi amici sono quello che sono: giunchi al vento, abbandonati a se stessi, senza una guida, senza una passione, con l'unico compito di realizzare i desideri dei propri genitori, senza ropmpere troppo i coglioni, mentre combattono i propri demoni.

Ogni episodio, più che una delle ragioni per cui avrebbe senso suicidarsi, indaga la miseria in cui è infangato l'uomo del terzo millennio, quello che al riparo dalla peste nera, dalle guerre mondiali, dalle scorrerie di eserciti mercenari, dispone di una quantità di denaro e di tecnologia mai immaginata nei decenni passati e, al contempo, di un tasso di disperazione mai documentata nella storia dell'umanità.

La scenografia interna alla scuola presenta, dopo la morte di Hannah, sulle pareti manifesti "contro il suicidio" con tanto di numero verde da contattare in caso di intenzioni autolesioniste.
Prima ancora, dopo la morte di Jeff in un incidente d'auto seguito ad una festa alcolica, c'erano manifesti che invitano a non guidare dopo aver bevuto.
Prima ancora i manifesti erano a tinte arcobaleno a sostegno della comunità LGBT. Un po' a voler dire: sei depresso? sei a rischio alcolismo/tossicodipendenza? Ciò che fai della tua vita sessuale non ti fa vivere sereno? Ecco, organizzati e vedi di non creare problemi: hai sedici anni, non vorrai che mi preoccupi di te?
Esattamente come i produttori di tabacco che ti scrivono sul pacchetto di sigarette che il fumo uccide così, se ti viene il cancro non ti puoi lamentare. Intanto però, l'obolo lo accettano volentieri.
D'altronde, il preside non ne fa mistero. A lui quasi non dispiace che Hannah si sia ammazzata: basta che la scuola non perda finanziamenti.
A riprova dell'indegna ipocrisia di tale atteggiamento, si pensi alle campagne si sdoganamento dell'eutanasia: prima mi dici che il suicidio è del tutto legittimo e non deve essere ostacolato, poi se mi viene in mente di farla finita dovrei chiamare un numero verde per parlare con uno sconosciuto che si propone di risolvere i miei problemi. Se non si fosse circondati da soli inutili, quando non fastidiosi, sconosciuti probabilmente al suicidio non ci si penserebbe nemmeno.

Arrivato alla fine della seconda stagione ho avuto la forte impressione che Hannah non fosse la vera protagonista ma solo un pretesto per raccontarci qualcos'altro.

L'intera opera è l'epopea della perdita della speranza; di quella forza che ti dice che non è ancora finita, che puoi ancora farcela e dare un senso a tutto.
Ah, se solo ci raccontassimo ogni giorno del dottor Frankl!
L'ha capito Lady Gaga, che sebbene abbia cento milioni di ragioni per andarsene, si accontenta e ne chiede soltanto una, che sia buona, per restare.
E quale miglior ragione se non correre incontro ad un amico che è stato emarginato, bullizzato, umiliato, picchiato, illuso, abbandonato, ricoverato in un ospedale psichiatrico e, una volta tornato, nuovamente emarginato e financo sodomizzato, e a costo di prendersi un .223 in pieno petto, salvarlo dal compiere una strage suicida?
Quale miglior ragione se non poter dire "soffro con te, amico mio! Ma questo non è la fine di tutto! C'è un futuro migliore che ci aspetta!"
Per farlo però c'è bisogno di dare alla vita la possibilità di manifestarsi nella sua dimensione trascendentale e Clay ci riesce soltanto nel silenzio profondo del dolore profondo; nel silenzio profondo delle mille e mille parole vuote lasciate da Hannah; in quel silenzio profondo in cui capisci che la tua esistenza non può ridursi ad un susseguirsi casuale di insensate reazioni biochimiche figlie del caso.
C'è voluto un funerale religioso, cristiano, per dare un senso a tutto.
Una volta certificato il rovinoso fallimento del sistema familiare, del sistema scolastico ed educativo, del sistema sociale, del sistema economico, del sistema giudiziario, l'unica ancora di salvezza è un Tale tradito, torturato, condannato, inchiodato ad una croce ed ucciso, che nonostante tutto è ancora in grado di essere la buona ragione necessaria per restare, dare un senso a tutto e fare la cosa migliore (non saprei dire se l'autore sia religioso o meno ma il parallelo con Mc 13,24-26 è lampante).

Non l'ha capito Olivia, che nonostante l'aver riconosciuto di aver negato a sua figlia quella possibile ancora di salvezza, ricade nella trappola della fuga e della ricerca di pace in un altro posto con altre persone ma con la stessa Liv di sempre.
Quale sciagura, essere convinti di poter cambiare il mondo senza prima cambiare se stessi!

Quante Hannah Baker dovremo ancora piangere, prima di capire di aver sperperato tutti i nostri averi con le prostitute e di essere finiti a mangiare le ghiande destinate ai porci cui facciamo la guardia?

"13 reason why" è uno straziante grido di aiuto.
Un grido che spera di ricevere in risposta l'inizio di una rivoluzione cultuale che abbandoni definitivamente il materialismo nichilista che ci hanno lasciato in eredità, per abbracciare un rinato Uomo, infinitamente degno e meritevole di rispetto e lode esclusivamente in quanto tale.

Dovremmo iniziare questa rivoluzione oggi stesso, iniziando a convincerci che il fondamento di qualunque decisione deve essere il profondo rispetto per l'esistenza di ogni essere umano, anche e soprattutto per quelle esistenze imperfette "come è imperfetto il cielo pieno di nuvole, che permette alla pioggia, la compassione del cielo, di salvare il mondo dal morire soffocato dall'aridità[1]"

mercoledì 12 dicembre 2018

Non è Sfera che uccide (anche se fa schifo).

Un grande della letteratura italiana del '900 ebbe l'ardire di sfidare la sensibilità dei più sostenendo, da una cattedra universitaria, che "I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli". Io, che imbecille lo sono davvero e non oserei mai mettere in dubbio le analisi del prof. Eco, faccio la mia parte nel serrare i ranghi della legione di imbecilli che sproloquiano riguardo i fatti di Corinaldo.

Per quanto trovi stucchevole la retorica, in cui a volte mi capita di cadere, del confronto tra generazioni, non si può negare che prima di 50/60 anni fa non esistevano raduni notturni di adolescenti sballati. Hanno iniziato gli hippie, con i Beatles di "Lucy in the sky with diamonds", con Jimy Hendrix, che la leggenda vuole abituato ad incastrare gli acidi sotto la fascia che portava sulla fronte per fare in modo che sciolti dal sudore entrassero direttamente in contatto con il sangue di piccole ferite appositamente procurate nella zona, con Jim Morrison che pisciava sul pubblico dal palco... negli anni in cui questi signori venivano alla luce milioni di ventenni venivano ammazzati sui campi di battaglia in tutta Europa. Quello si, che è stato un profondo strappo generazionale. 
Poi però niente più guerre, niente più febbri spagnole, niente più guerre e niente più strappi generazionali. I padri nati in tempi duri hanno deciso di crescere i propri figli risparmiando loro le difficoltà sopportate nell'infanzia ed eccoci qua.
Sfera fa schifo.
Quattro quinti della produzione rap, trap, dubstep, rock, latino e pop fa schifo a livelli epocali. Lo schifo è davvero epico (sono si un imbecille ma sono anche superbo ed altezzoso) ma la cosa interessante è che risulta comunque orecchiabile e ti resta ben piantato in testa. 

I produttori discografici hanno affiancato in tutto e per tutto i grandi pubblicitari e la musica che diffondono non ha altro scopo che catturare l'attenzione del pubblico a livello viscerale. Avete presente i toni binaurali, che sono in grado, se correttamente modulati, di stimolare le onde elettromagnetiche del cervello e catalizzare questa o quella reazione fisiologica? Ecco: niente di troppo diverso. Un tono binaurale è però qualcosa di non vendibile. Siamo schietti: un gattino artigliato alle gonadi potrebbe essere più divertente.
La musica commerciale ha sviluppato strategie che mirano allo stesso risultato e che, con le dovute proporzioni, fanno in modo che un prodotto piaccia o meno. Nell'epoca di youtube, molto più che nell'epoca MTv, non si parla solo di musica ma di audio/video. Occorre creare quindi un prodotto complesso che sia in grado di presentare vari elementi attentamente equilibrati in modo da catturare l'attenzione il più efficacemente possibile.
Una bella sfida nell'epoca dei disturbi dell'attenzione!!
Un esempio di strategia musicale utilizzata per vendere senza troppo sforzo è quello che viene definito millennial whoop. E poi i bassi. I bassi mi fanno impazzire! Sarà per il mio passato da bassista ma quando sento un drop ignorante mi innamoro all'istante.
Stesso discorso vale per il relativo supporto video. Fotografia e regia non hanno niente della personale sensibilità di chi sta dietro la macchina da presa ma è tutto ben studiato per stimolare questa o quella sensazione nell'osservatore. Nello specifico, metti tanti bei culi in una bella festa in cui i partecipanti sembrano divertirsi e porti a casa la pagnotta.

Beninteso, sono consapevole del fatto che non sto analizzando un fenomeno che funziona così solo adesso. Colpire l'attenzione del possibile consumatore è la ragion d'essere della pubblicità e va da se che il pubblicitario più efficace è quello che sa innovarsi più dei concorrenti. Ma più dell'innovatore, quello che fa i soldi grossi è lo spregiudicato. Allargare il proprio bacino di acquirenti (se vogliamo anche di elettori) è del tutto legittimo! 
Ecco, magari quando allarghi il tuo bacino di acquirenti a dei bambini qualche remora dovresti averla.

Il problema, tuttavia, è di carattere esclusivamente culturale.
Con cultura non intendo discutere l'influenza di Kant nel pensiero di Kirkegaard, fumando un Romeo y Julieta, mentre si ossigena un Cardenal Mendoza nello snifter con una sonata di Mahler in sottofondo. Sarà che a Mahler preferisco Liszt, che al cubano preferisco il toscano e che al brandy preferisco il burbon, ma chi si da troppe arie di intellettualità non è diverso dal bullo che ti esclude dal suo gruppetto perché non hai le scarpe firmate.
La cultura che manca è la capacità di mettere in fila le proprie conoscenze, collegarle tra loro nei vari punti che le compongono e sviluppare un proprio pensiero con il quale filtrare l'osservazione che si fa del mondo. 
Questo è ovviamente possibile solo con la guida di un maestro. E tanti più maestri si hanno, tanto più le conoscenze e le interconnessioni tra loro sono cospicue e tanti più strumenti si hanno per interpretare la realtà. Realtà, che fa bene ricordarlo, è una sola: la Terra è rotonda, attira a se corpi che le si avvicinano ad una certa distanza e viene da  loro attratta!

E invece, nell'epoca della libera circolazione dei contenuti e delle idee, abbiamo rinnegato la figura del maestro: gli insegnanti sono inetti da insultare, i filosofi sono idioti che sparano paroloni incomprensibili, i preti tutti pedofili, i politici tutti corrotti, i medici lavorano per le case farmaceutiche... la colpa? Del maestro che dovrebbe insegnare ad imparare dai maestri: il padre.
Ma negli anni '50 i reduci dal fronte non avevano voglia di fare gli educatori (a ben vedere, direi: dovevano combattere la sindrome post traumatica da strress che non era ancora stata descritta e per questo venivano tacciati di essere semplicemente "scemi di guerra"), i loro figli hanno occupato le università negli anni '60 e '70, i figli di questi si sono massacrati nel nichilismo anarchico punk degli anni '80, poi la tecno e l'house dell'ecstasy nei '90 e gli ultimi venti anni lo conosciamo bene tutti.
Per questo abbiamo un esercito di bambini che a tredici anni si sono fatti da se, non vogliono più soffrire per amore, giurano che non berranno mai più, hanno sempre un preservativo nel portafogli, curano l'emicrania con il moment, sanno dimostrare con la ragione che Dio non esiste e all'una di notte sono a fare la fila per entrare in un locale a sentire un concerto.

Mi si consenta una piccola digressione all'insegna del "ai miei tempi". Mentre stendevo quest'ultimo paragrafo ho avuto un flash della mia infanzia, in cui ad ogni festa comandata in casa c'erano almeno venti persone di cui la metà erano bambini che correvano come unni tra le gambe degli adulti rincorrendosi rischiando di distruggere casa. A ripensarci oggi, era fantastica la scoppola tirata senza alcun motivo, di tanto in tanto, da adulto al bambino (maschio) che gli passasse vicino, un po' a voler dire "gioca e divertiti ma non ti dimenticare che sei un bambino e riga dritto!".

Torno serio.
Mai come adesso la produzione artistica è stata autoreferenziale ed onanista. 
Non è una questione di turpiloquio o di forme verbali: Achille Lauro che nella sua "Sembra di stare a Thoiry" usa una licenza poetica non più irriverente del futurismo di Marinetti e vorrei incontrare chi avesse il coraggio di fare le pulci a Guccini per la sua Avvelenata.
E' il nulla cosmico che elogia se stesso ad essere preoccupante. L'orizzonte della propria realizzazione si esaurisce nel consumo spasmodico di qualunque bene effimero ed alla riduzione dell'io e del prossimo al bene effimero da consumare.
Questo circolo vizioso che soffoca qualunque tentativo di elevazione dell'Essere, come scrivevo più su, non è tipico del genere trap, anche se questo si basa quasi esclusivamente sull' autocelebrazione e sull'ostentazione del consumo in se, ma è fondamentalmente trasversale. Un brano recente che ho particolarmente amato sin dai primi ascolti è Rockin' with the best dei P.O.D. Il ritornello recita "Who rocks the party, that rocks the body? I rock the party, that rocks the body You rock the party, that rocks the body (You're now rockin' with the best)" che tradotto senza troppe pretese esegetiche assomiglia a "Chi scuote la festa che ti scuote? Io scuoto la festa che ti scuote! Tu scuoti la festa che ti scuote! (E' il numero uno che ti scuote!)". Anche qui autoreferenzialità e poco altro (a me sembra di cogliere un tentativo di dissing nei confronti di Devil without a cause di Kid Rock, ma questa è un'altra storia).
Mi si dirà che anche Mina, con la sua Brava, ha voluto ostentare quanto sa fare. E' vero, ma vuoi mettere? Ad una con quella voce e con quella padronanza della tecnica direi che si può perdonare qualunque sterile velleità.

In conclusione, sono conscio del fatto che non avrebbero mai messo Verdi in cartellone se non avesse riempito i teatri (e quindi fatto guadagnare gli impresari) ma quello a cui assistiamo oggi è un'altra cosa. La musica popolare è il palloncino rosso di Pennywise, la caramella del pedofilo al parco: fa leva sugli istinti più bassi per indurre il pubblico a consumare il proprio tempo, la propria salute, il proprio equilibrio interiore e la propria vita tutta, in modo che questo sia remunerativo per chi muove i fili. E tutto il resto? Evaporato. E lascia l'uomo moderno alla mercee di chi lo considera un bancomat senza plafond.
E allora ascoltiamoci pure Sfera Ebbasta (a me piace di più G.bit) ma non dimentichiamoci che siamo naturalmente votati all'infinito e che valiamo molto di più dei 30 euro del biglietto, consumazione inclusa, di un concerto!

giovedì 6 dicembre 2018

Della legittima difesa di se e dei propri averi

Condivido alcune considerazioni personali circa i fatti di Arezzo che credo possano essere uno spunto di riflessione su tutti i casi simili riportati dalla stampa.
Come succede che l'uomo qualunque, quello che esce la mattina per andare al lavoro, quello che passa oltre mezza giornata lontano da casa per tirare su uno stipendio si trovi con un morto sulla coscienza?
Vorrei saltare a piè pari tutta la retorica sullo Stato assente e bla bla bla. Tutta fuffa sterile.
Presa coscienza del fatto che la sicurezza è effettivamente un problema quasi completamente nelle mani del singolo, come può l'uomo qualunque proteggere i propri averi senza dover ammazzare qualcuno?
Anzitutto si deve fare mente locale ed accettare che quello che accade nella realtà è lontano anni luce da ciò che siamo abituati ad immaginare.
Figuriamoci un brusco risveglio nel cuore della notte: abbiamo i sensi intorpiditi, la vista offuscata, la percezione dell'io nello spazio sballata e non siamo in grado di valutare immediatamente tutte le variabili di ciò che sta succedendo. Basterebbe una torcia puntata in faccia per finire KO. Se in quelle condizioni avessimo una pistola carica nell'immediata disponibilità, questa non sarebbe più utile di un cotton fioc!
Per poter far fronte ad un eventuale aggressore armato, si deve essere in grado di attuare quella che tecnicamente viene definita una reazione immediata discriminante e selettiva.
Immediata perché una volta identificata la minaccia il tempo di reazione deve tendere allo zero, discriminante perché si deve essere in grado di discriminare l'aggressore dalla propria moglie e selettiva perché se ci sono più aggressori va colpito per primo il più pericoloso.
Questo avviene in uno stato di forte stress, in cui il cuore batte più velocemente e l'adrenalina sequestra il sangue dalle estremità del corpo per far funzionare più efficientemente e più a lungo possibile gli organi vitali. E' verosimile che le mani prendano a tremare e sia pressoché impossibile mantenere la concentrazione. Alla faccia del sangue freddo che serve a gestire una situazione tendenzialmente letale.
D'altra parte anche il più esperto tra gli operatori del G.O.I. sa che uno scontro a fuoco è sempre un lancio di dadi e che in fase difensiva bisogna evitarlo il più a lungo possibile.
Restando ai fatti di cronaca più frequenti però ci accorgiamo che non si tratta quasi mai della banda di Arancia Meccanica ma di ladri comuni più o meno specializzati.
Tra loro, tutti sanno cosa rischiano e sanno che se alla fine del colpo vengono arrestati una "violazione di proprietà privata" pesa meno di un "furto", che a sua volta vale meno di un "lesioni", che a sua volta vale meno di un "sequestro di persona", che a sua volta vale meno di un "omicidio" che al mercato mio padre comprò.
E' verosimile che con un semplice "tana per il ladro", questo desista e, almeno per il momento, si ritiri e pertanto, con la stessa cifra spesa per ottenere un'arma è consigliabile munirsi di un buon impianto di allarme che faccia tanto rumore, tanta luce e che, soprattutto, faccia partire una segnalazione a chi è già in piedi e pronto ad intervenire.
A meno che non viviate a Fort Knox chiunque, con i grimaldelli nella serratura, vedesse attirata su di se l'attenzione in questa maniera se la darebbe a gambe.
Ma se il bottino custodito dovesse essere di reale valore tanto da giustificare un'incursione con, a questo punto, presa di ostaggi ci si troverebbe in una condizione di rimonta sullo spropositato vantaggio che avrebbero gli aggressori. Si avrebbe il tempo di svegliarsi, di fare mente locale e di valutare la strategia da utilizzare (si dovrebbe almeno averne valutate alcune nel momento in cui si è fatto installare l'allarme).
Nell'attesa che le FFOO o la vigilanza arrivino si deve però gestire la situazione in autonomia.
A questo punto è doverosa una piccola digressione per chiarire i ruoli interpretati.
Se si subisce un'aggressione, sia essa una semplice intrusione, una rapina o qualsiasi altra specie, la vittima fa la vittima e mai (MAI) il giudice ne tanto meno il boia.
Il compito da svolgere è limitare i danni.
Sparare alle spalle al ladro che scappa è aver giudicato un uomo colpevole, averlo condannato a morte ed averlo giustiziato.
Se non siete Stallone in Dredd, lasciate perdere o i danni anziché limitarli li avrete causati.
L'utilizzo di un'arma deve essere subordinato alla conoscenza e, nel limite del possibile, ad una buona padronanza della propria dotazione.
Per ottenerle c'è un solo modo: evitare Youtube e frequentare un poligono di tiro. Quelli che si vedono fare i fenomeni su internet sono sportivi o professionisti che sparano due o tre mila cartucce al mese e che per quel video hanno scelto la migliore tra le performance riprese. Sanno che in quell'occasione non rischiano di venire uccisi e colpiscono sagome immobili. La peggiore situazione in cui ci si può venire a trovare nella realtà, cercando di limitare i danni come sopra detto, è che davanti ci si trovi un energumeno disposto a morire e ad ammazzare, che si sposta, vedendoci, e tira verso di noi, che invece non vediamo troppo bene (il famoso lancio dei dadi).
Ora, se proprio si vuole un'arma questa deve essere tenuta lontana dal letto. Anche carica se lo si ritiene, ma lontana dal letto. In questo modo andando a recuperarla si ha qualche momento per riprendere conoscenza ed un po' di lucidità.
La legge italiana consente di detenere un notevole quantitativo di armi e munizioni (per i dettagli a riguardo rimando alla sezione dedicata nel sito della Polizia di Stato http://www.poliziadistato.it/…/16978-Armi_le_regole_per_es…/) ma sulla scelta la discrezionalità è totale.
Di seguito riporto alcune mie valutazioni pratiche che vantano carattere esclusivamente personale e teorico.
La migliore arma per la difesa abitativa, posto che si sia dotati di un impianto di allarme come sopra descritto, a mio avviso è un fucile a pompa.
La lunghezza della canna non deve essere troppo accentuata per consentire lo spostamento in spazi angusti come corridoi e porte e il calcio deve essere compreso.
I motivi di questa scelta ricadono su tre aspetti dell'impiego dell'arma.
Anzitutto essendo un'arma lunga più essere usata come un bastone: se si coglie l'intruso alle spalle, lo si può rendere inoffensivo senza sparargli (non siamo giudici o boia e dobbiamo solo limitare i danni).
Poi va considerato il rumore del caricamento di un fucile a pompa. Anche il più convinto obbiettore di coscienza saprebbe riconoscerlo e, ameno che non ci si trovi davanti di un ex reparti speciali dell'esercito romeno, sentendolo, in dieci minuti si ritroverebbe a gustare un gelato sul lungomare di Viareggio.
Se nonostante l'allarme con luci, sirene e chiamata, l'aver trovato lo stabile abitato e sentito il rumore del caricamento del fucile a pompa, il malintenzionato ha deciso imperterrito di giocarsi il tutto per tutto, è possibile utilizzare del munizionamento non letale. Con un cal.12 si può sparare, con il calcio ben saldo sulla spalla, una rosata in pallini di gomma che bucano la pelle, fanno un male maledetto ma, a meno che non si spari da un metro di distanza in pieno volto, non sono letali. L'utilizzo di munizionamento non letale è importante anche e soprattutto perché, nonostante lo stupore generale che leggo tra i commenti agli avvenimenti, i proiettili rimbalzano e una volta fuori dal vivo di volata, dove andranno a finire se mancano il bersaglio non lo può sapere nessuno. Non sia mai che finiscano in faccia alla propria moglie.
Nel caso in cui si riesca a chiudere l'intruso in una stanza non si sta compiendo un sequestro di persona e non si può essere perseguiti, a patto che si eviti di torturarlo e lo si consegni immediatamente agli organi competenti. Se invece si spara, il passaggio davanti al giudice è sempre ed in ogni caso inevitabile.
Ce ne sarebbero ancora molte da dire sulla legislazione vigente ma magari rimando ad un post futuro e dedicato.

venerdì 16 febbraio 2018

Il processo a Cappato(!) e la miopia intellettuale(?)

Marco Cappato ha vinto la sua battaglia.
Las sentenzadella Consulta deciderà se l'aiuto al suicidio dovrà essere normato o continuare ad essere punito. Se non ammettiamo che l'esito di questa sentenza andrà a cambiare la percezione che la società ha sull'argomento, o siamo ciechi e cerebralmente incapaci o siamo in malafede.

Anche questa volta una legge farà cultura. Così è stato col divorzio, con l'aborto, con il lento smantellamento della legge 40, con il matrimonio egualitario mascherato da unioni civili e con l'introduzione del biotestamento (che guarda caso è stato approvato a Camere sciolte proprio poche settimane prima di questa svolta giudiziaria).

Quando una delle questioni che riguardano la dimensione più intima e profonda dell'uomo arriva in Parlamento, la direzione e l'esito della discussione è una certezza.

Trovo curioso come chi, per sostenere queste battaglie, si vanta della propria apertura mentale si incisti allo stesso tempo solo sull'aspetto più superficiale della questione.

Ricostruendo velocemente la vicenda che ha portato al processo cui mi riferisco possiamo dire che nel '17 è balzata agli onori della cronaca la storia di Fabiano Antoniani (rifiuto di riferirmi a lui con uno sterile Dj Fabo. Il dj è un mestiere e ricade nella sfera del "cosa fai" mentre parlando di persone preferisco restare nell'ambito del "CHI sei"). Fabiano è quello che, in famiglia, definirei un povero Cristo che si è visto crollare addosso tutto il mondo tranne un pezzetto. Faceva il dj e viveva di feste, viaggi e bella gente. Un incidente gli ha portato via tutto tranne la vita. Pressoché paralizzato, cieco e con grosse difficoltà ad esprimersi, dopo qualche anno dall'incidente arriva a pensare che per lui sarebbe meglio farla finita. Chi crede che non avrebbe gli stessi pensieri dovrebbe rileggere qui sopra e se continua a non averli, forse qualche problema ce l'ha.

Il fatto è che per l'ordinamento giuridico italiano la vita non è un bene disponibile così come non lo sono i propri organi e tessuti. Non puoi venderli ne barattarli. Non ti puoi suicidare.

Ma se uno sceglie liberamente di vendere un rene per pagarsi una vacanza alle Maldive, posso io decidere che non può farlo? Sono io il gestore della felicità delle persone?

Se un mio amico raggiunge un livello di disperazione estremo, esattamente come il povero Fabiano ma senza l'invalidità fisica, devo amarlo, compatirlo ed accompagnarlo da un bravo psichiatra o nel suo best interest mettere un colpo in canna alla mia Glock e lasciarlo da solo in una stanza con un bicchiere di vino che lo aiuti a trovare il coraggio per fare il resto?

E se lo accompagno da quel bravo psichiatra, il suo compito è quello di aiutarlo ad uscirne o di aiutarlo a coltivare l'idea del suicidio?

Io credo che Cappato sia quello che ha messo il colpo in canna per poi dare la pistola in mano ad un disperato. Un criminale pezzo di merda che ha montato un caso giudiziario sulla pelle di un povero Cristo che non ha potuto sopportare il dolore della vita che gli è toccata.

E la questione non è agevolare le scelte di chi non è in grado di farlo da solo. Lo dico a tutti quelli dalla mente aperta che si sono lasciati il medioevo alle spalle e che pontificano sulla giustizia intrinseca all'autodeterminazione. State attenti! State dicendo a tutti i disperati, che la loro vita è una merda e che se vogliono togliersi di mezzo hanno il vostro benestare.

Con che faccia riuscireste a dire a vostro fratello che lo amate e che lo assistereste nonostante le difficoltà ma che se decidesse di suicidarsi lo spingereste giù dal cornicione?

La mia speranza è che contro ogni pronostico, la Consulta sentenzi che la Costituzione e la legge oggi vigenti restino il sentiero da seguire e che chiunque pubblicizzi attui o semplicemente favorisca in qualunque modo la morte di qualcun'altro venga considerato niente di diverso dall'assassino che è; e che se qualcosa il Parlamento deve aggiornare, questa è l'accessibilità a fondi e personale per l'assistenza dei più deboli e delle famiglie a cui appartengono (si, voglio che lo Stato spenda valanghe di fondi pubblici per curare gente improduttiva e destinata SOLO a succhiare soldi dalle casse del Servizio Sanitario Nazionale prima di morire rantolando, magari, un astioso "governo ladro").

Se così non fosse, sarebbe del tutto analogo a Marco Cappato un Luca Traini qualsiasi, che dopo aver strutturato una campagna di sensibilizzazione, magari con l'aiuto di media orientati, di video, testimonianze e reportage struggenti, sparasse in testa ad un qualunque spacciatore per poi costituirsi e dichiarare davanti al giudice che il suo gesto altro non è stato che l'azione che ci si aspetta dallo Stato ma che, per una presunta sudditanza morale ad una certa ideologia, non arriva.

Così è stato in passato, così è oggi ma se così sarà possiamo ancora deciderlo.