mercoledì 16 settembre 2020

Cuties in a nutshell

Mi si dice che non avendolo visto, Cuties, dovrei astenermi dal commentarlo. Mi si dice anche che il movimento #CancelNetfilx, partito prima del rilascio, sulla piattaforma, del film, sia nato, giocoforza, da persone cui sono note soltanto la locandina ed una breve sequenza. D'altra parte, se è vero che sprovvisti di una laurea specialistica in cardiobioingegnerianucleareapplicata dovremmo astenerci dal consigliare ad un amico con la tosse di passare una decina di minuti con la testa tra un canovaccio ed una ciotola piena di una miscela di acqua bollente ed olio 31, è ovvio che non si può esprimere un'opinione su un film che non si è visto fino alla fine. Ce lo spiegano gli opinionisti dalle larghe vedute, quelli per cui immaginare di boicottare un'emittente per aver pubblicizzato e trasmesso uno spettacolo ritenuto osceno, sarebbe una rielaborazione digital-occidentale del burqua. Ci spiegano che, se visto fino in fondo, il film racconta il travagliato percorso di una bambina di undici anni che tra il rigore religioso della famiglia ed il rigore libertino della società, sceglie una moderata, personale, terza via. Sto ancora riflettendo a riguardo. Non riesco a capire se chi si è precipitato a vedere, e poi difendere Cuties, l'abbia fatto per l'entusiasmo di poter mostrare, senza timore di subire sdegno, la propria putrida perversione sessuale, o se è invece affetto da una qualche forma di deficit cognitivo. È mai possibile, o porco di un cane, che si voglia sorvolare con tanta solerzia sulla produzione di quelle poche immagini che sono bastate ad ispirare il boicottaggio di Netflix? Quelle bambine sono state affidate dai genitori ad una regista, che con l'aiuto di truccatori, costumisti e coreografi, le ha messe su un palco agghindate e sculettanti come dive del reggaeton. Ci siamo fin qui? Ce la vogliamo immaginare per un momento la scena di un coreografo di professione, e quindi un adulto, circondato da decine di altri adulti, dire ad una bambina di undici anni "ok, adesso piegati in avanti, abbassa il torace, accarezzati il sedere e datti una sculacciata. Benissimo, ora guarda in camera, socchiudi gli occhi, lascia cadere la mascella e lascia uscire un po' la lingua. Bravissima. Adesso dentro la lingua e morditi il labbro..." Siamo onesti, non giochiamo alle verginelle impaurite: un giro su pornhub ce lo siamo fatto tutti e quella scena, senza la quale il film l'avrebbero visto, forse, le famiglie degli addetti ai lavori, ripropone tutto il repertorio porno epurato di penetrazioni e fluidi vari. Siete davvero tanto ciechi, o pervertiti, da nascondervi dietro un presunto morale-della-favola mentre accettate beatamente che delle bambine siano state abusate e date in pasto a chiunque per meno di 10 euro (no, non è vero, il primo mese è gratis)? Abbiate almeno il coraggio di ammettere la vostra insaziabile fame di carne fresca. Ditelo apertamente che non sopportate più il giudizio di chi trova ripugnanti i vostri appetiti sessuali. Ma per favore, evitate di mascherarvi da intellettuali!

martedì 28 luglio 2020

Su "L'ultima profezia del mondo degli uomini"

Ricordo che quando Epstein venne assassinato, insieme ad un riso cinicamente amaro, provai un profondo senso di ingiustizia.

Non riuscî a togliermi dalla testa l'immagine, che mi sembrava di aver visto, della sua esecuzione.
Vedevo quest'uomo, che poteva anagraficamente essere mio padre, tanto cristallizzato nell'odio da essere incapace di provare rimorso per il male immenso che aveva inflitto.
Lo vedevo riconoscere, attraverso le grate della cella nella quale era rinchiuso, il sicario inviato ad assassinarlo; un uomo come lui, con il quale aveva sicuramente lavorato.
Lo vedevo osservare le guardie cui era affidato voltarsi, forse, con un qualche scrupolo soffocato da una strana forma di timorosa obbedienza. 
Lo vedevo, rassegnato all'ineluttabilità, voltare le spalle al collega che, questa volta, doveva occuparsi di lui.
Lo sguardo perso, mentre una corda gli veniva stretta attorno al collo, nel grigio dei muri di una cella, ad aspettare la fine tra gli spasmi dell'asfissia.
Cinematograficamente, sarebbe stato d'effetto un commento del tipo "niente di personale", o, il sempre gettonato tra le spie, "sai troppe cose", pronunciato dal sicario nel legare la corda, a cui sarebbe seguito uno sconsolato sospiro del condannato.
Mi immaginai il Jeffrey Epstein bambino, succhiare il latte da sua made, cadere nel tentativo di imparare a camminare, a correre incontro a suo padre nel vialetto di casa.
Poi il Jeffrey Epstein rapitore di bambine, sfruttatore dello stupro di bambine, ricattatore di stupratori di bambine; il Jeffrey Epstein speculatore finanziario.
Esiste davvero un male tanto atroce che se commesso giustifica il venire uccisi nella più totale freddezza con negli occhi in uno spigolo polveroso?

Poi, mesi dopo, tra le pagine di un romanzo fantasy incontro un personaggio rinchiuso in un luogo di terrore e dolore atroci, un posto in cui i prigionieri sono privati della propria umanità e costretti al lavoro più sfiancante in cambio dell'incerta sopravvivenza.
Quel personaggio, nel pianificare una rivolta, impone ai suoi uomini di graziare i carcerieri che, sopravvissuti alla rappresaglia, non sarebbero più stati per loro un pericolo, perché "ognuno dei carcerieri è stato nel ventre di una madre".

Ecco, credo che un vero artista sia quello che riesce a darti la sensazione (illusione?), di averti ascoltato e dato una forma esteticamente significativa ai tuoi pensieri.

Per chi fosse appassionato del genere
https://www.ibs.it/ultima-profezia-del-mondo-degli-libro-silvana-de-mari/e/9788834716663

sabato 16 maggio 2020

Salvate Silvia Romano

Andava tutelata, si.

Andava tutelata da chi avrebbe potuto rapirla e venderla a chi avrebbe potuto usarla per chiedere un riscatto.​

Ma di più, andava tutelata dall'opinione pubblica.​
Alle anime belle ancora convinte che l'informazione sia l'opera zelante e certosina di indefessi ricercatori di verità da raccontare, farebbe bene un po' del cinismo di cui spesso vengo accusato. ​
Silvia Romano è stata data in pasto alla stampa; bestia famelica, sapientemente incattivita, pronta ad azzannare alla gola chiunque si avvicini alla ciotolina di cibo avariato concessole.​
La stampa, la televisione, internet.
Pronte a spacciare la pornografia di un abbraccio che chiude il cerchio del dolore ignaro mentre da vita all'epopea delle ferite da curare.
Silvia Romano è stata attesa all'aeroporto da una troup televisiva coordinata a regola d'arte. Solo sullo sfondo la famiglia.
Sadici Christof in attesa del Truman Burbank di turno.

Campo lungo sul jet appena atterrato.
Il portello spalancato, un uomo delle forze speciali che le apre la strada.
Carrello su Silvia.
Taglio su Silvia romano che a pochi metri dalla madre tradisce l'impazienza di abbracciarla e toglie la mascherina; poi il lungo abbraccio.
L'intimità del ritorno alla famiglia, stuprata da un codazzo di mercenari in saldo col cellulare in mano, sotto il subdolo sopracciglio alzato, nella baldanzosa attesa di gratitudine, dell'immensamente inetto ministro degli esteri.
L'indigesto saluto alle autorità.
Le imbarazzanti foto di rito.

Il tutto rimbalzato in tempo reale su tutte le tv e piattaforme internat. Tutto, gratuitamente, davanti agli occhi di tutti.

Le reazioni scomposte del pubblico non solo erano prevedibili. Erano previste ed attese. Dal più smielato al più atroce dei commenti vomitati da Simplicio, da quel momento in poi, erano tutti attesi e funzionali alla causa.
Era tutto stato previsto.
Era previsto l'utente facebook che ha bisogno di Tosa per sentirsi più buono della De Mari; ed era previsto l'utente che ha bisogno della De Mari per sentirsi più libero di Tosa.
Era tutto previsto e, come un ingranaggio perfettamente oleato, ognuno ha recitato la sua parte senza sbavature. Ognuno ha picchiettato sulla sua tastiera il proprio copione senza mettere mai in pericolo la narrazione ufficiale.
Su Facebook; su Twitter; su Whatsapp.

E così, mentre Sgarbi vorrebbe processare Silvia Romano per concorso in terrorismo, don Ciotti ci ricorda che non tutti i mussulmani sono terroristi.
Mentre c'è chi ringrazia Silvia Romano per aver regalato un sorriso ad una decina di bambini kenioti, c'è chi la immagina a sollazzarsi tra superdotati afrcani.

Elena Stancanelli, dall'alto del suo premio strega, si chiede, dopo aver ridicolizzato la disperazione di chi non ha lavoro ne soldi ne futuro, se l'uragano di opinioni ributtanti non sia figlio di una società fallocratica e maschilista pronta trangugiare il corpo delle donne. Perché questo fa il nostro occidente: sfrutta il corpo delle donne; solo quello delle donne.
Se fosse stato un uomo, si chiede.
Se fosse stato un uomo, ad essere gettato in pasto all'opinione pubblica, a Silvio Ahmed Romano non avremmo nemmeno concesso il beneficio del dubbio. Non ce lo saremmo immaginato stuprato perché intimamente orientati al pruriginoso predominio del maschio sulla femmina. Lo avremmo immaginato stupratore senza diritto di appello. Lo avremmo immaginato con una tuta nera, col volto coperto a decapitare qualche infedele nel deserto, in un qualche ancestrale rito di iniziazione.
A Silvio Ahmed Romano avremmo concesso l'immensa compassione riservata a Quattrocchi.
Alla paladina della manipolazione, che smorza abilmente qualunque tentativo di analisi non ortodossa facendo leva su un certo diffuso senso di colpa per azioni mai compiute, dico che non è diversa da quel bruto digitale che chiama con disprezzo "leone da tastiera". Ha solo una sintassi un po' più gradevole.

Domenico Quirico ce l'ha raccontato come funziona la prigionia quando a comprarti sono bande jihadiste.
Toni Capuozzo lo stesso.
Ma a noi, che siamo una società fallocratica, misogina, dove la cultura dello stupro la fa da padrone, continuiamo a difendere l'uniforme jihadista di una disperata che avrebbero dovuto riconsegnare alla famiglia in silenzio, come in silenzio hanno riconsegnato la stragrande maggioranza degli ostaggi liberati.
E difendiamo l'uniforme jihadista come segno di emancipazione femminile, per giunta!
Avrebbero dovuto passare la notizia sotto traccia. Ma è evidente che a chi dirige l'informazione serviva una cortina fumogena ed eccola servita.
Silvia Aisha Romano.
Data in pasto ad un turbinio di banalità disarmanti spacciate per pensieri illuminati di intellettuali di spicco.
Data in pasto alla brutalità e alla melensaggine del semi analfabeta che rimpolpa inconsciamente l'arsenale del potere con i suoi flati avvinazzati.

Se volete dimostrare di voler bene a Silvia Romano, smettetela di parlare di lei.
Pregate per lei se siete religiosi. Pregate perché non debba mai pagare il prezzo di aver abbracciato l'islam di al-Shabaab.
Pregate perché non torni mai più in Africa in quella veste.
Pregate perché d'ora in avanti possa costruirsi una vita per quanto possibile serena ed equilibrata.
Pregate con tutte le forze, che la sua conversione sia davvero una conversione spontanea ad un dio d'amore e giustizia; perché se così non fosse sarebbe la conversione al dio del bataclan.

Pregate in silenzio però, per l'amor di Dio!
Smettetela di sbeffeggiare il pensiero che non condividete: anche li c'è del vero!
Maledite con tutte le forze chi con questa storia ha saziato la bulimia porno-emotiva di un popolo dal senso critico assopito.
Malediteli e ribellatevi.
Alla nostra generazione, per ribellarsi non servono moschetti e barricate.
Ci basta non lasciarci abbindolare dalla prima Silvia Aisha Romano che passa, nonostante la pletora di puttane intellettuali che ce ne fanno la cronaca.

martedì 25 febbraio 2020

Teologia 4 dummies

L’efficacia di una fede è tanto più certa quanto i suoi precetti sono radicati nella personalità di chi la professa. Non è una questione legata alla magia compiuta imponendo le mani o facendo svolazzare una bacchetta magica, si tratta piuttosto di un’evidenza pragmatica incontestabile. La bontà di un cristiano avrà tanto più effetto sulla società, quanto più questo avrà scolpito nel proprio cuore, senza doversi sforzare di ricordarsene, l’amore per il suo Dio e, di conseguenza, per l’uomo al suo fianco nel quale quel Dio riconosce.

Li chiamiamo ipocriti, quei cristiani che, usciti dall’irrinunciabile messa dei giorni festivi, tradiscono la moglie, sparlano degli amici, mettono l’uno contro l’altro, picchiano i figli, truffano le assicurazioni… li disprezziamo talmente tanto che preferiamo chi si professa ateo ma mantiene uno stile di vita che potremmo considerare corretto.

Allo stesso modo, se pensiamo che un satanista sia un metallaro tossicodipendente che ammazza capre nel bosco, potremmo cadere nell’errore di confondere un folclorista con un fedele devoto.
Chi è allora un vero satanista? Anton LaVey, fondatore della Chiesa di Satana, ci dice che il satanismo è un culto dell’individuo, nel quale Satana ricopre un ruolo puramente allegorico. Non esiste Satana, così come non esiste Dio; il satanista si rifà alla dottrina cristiana per predicare la negazione degli insegnamenti che ebrei, cristiani e mussulmani attribuiscono al Dio che il satanista, invece, disconosce.
In effetti, non c’è niente di innovativo in questo. Chiunque sia andato a catechismo da bambino conosce la storia del giardino, dell’albero, dell’uomo e sua moglie, del serpente…
Ebbene, quella storia così raccontata per millenni, dagli ebrei prima e dai cristiani poi, ha lo scopo di mettere in guardia, di avvertire uomini e donne, che pretendere di comprendere tutto, di valutare la bontà o la cattiveria di qualcosa senza preconcetti assoluti, li porta alla dannazione.

Banale. Basterebbe fermarsi a pensarci giusto un po’. E invece questo che dovrebbe essere i capo saldo attorno al quale ogni pensiero si articola, è un’ombra nella bruma. E allora, se riconosciamo al papa la presa di coscienza di non essere più una civiltà cristiana, dovremmo interrogarci sul tipo di società che abbiamo costruito e nella quale viviamo.
Un indizio ce lo da la rivista Rolling Stones, che riconosce alla Chiesa di Satana il primato di baluardo di democrazia (sic!). Ma la più esaustiva professione di fede satanista, la più esaudiente formula, scolpita a caratteri cubitali nel profondo delle persone, quella fede tanto radicata he non c’è bisogno di ripetersela, l’ho letta in un post di Selvaggia Lucarelli. Si scagliava contro un intervento di Salvini, che se solo lo avesse ascoltato avrebbe saputo di pensarla allo stesso modo, giustificando i suoi aborti con un granitico “sono l’unico giudice di me stessa”.
Sono l’unico giudice di me stesso. Io so da solo riconoscere il bene ed il male. Nessuno può impedirmi di mangiare di quell’albero.
Ottime notizie dunque. Non serve bere il sangue di una vergine sacrificata su un altare pentacolare ai piedi di un gigantesco caprone per essere satanisti. Liberi tutti, dunque!

Non ci resta che di capire però, se siamo anche felici.

mercoledì 22 gennaio 2020

Un'alternativa c'è: cambiare tutto!

Dover prendere le parti del proprio avversario per doverne scongiurare la vittoria incontrastata è già di per se una condizione imbarazzante. Figurarsi se la strategia di quell' avversario consiste nell' attrarre su di se l'intera attenzione mediatica con ogni mezzo ed espediente.
Contrastare la fulminea ascesa politica di Salvini e della sua Lega, alla luce della sua opposizione, è praticamente un'impresa impossibile se non si comprendono le sue strategie comunicative e non si propone una concreta via alternativa.
Parliamoci chiaro: non può essere vero che chi vota Lega è un semianalfabeta incline alla crudeltà!
Ho sentito il bisogno di formalizzare i miei pensieri dopo l'ultimo intervento del professor Galimberti ospite in diretta da Lilli Gruber[1].
Non è mia intensione paragonare la mia cultura e competenza a quella dell'accademico, ma non sarei un suo giusto estimatore se non confrontassi le mie idee con le sue. Umberto Galimberti mi appare come un personaggio intellettualmente controverso: riconosce e descrive accuratamente l'insorgenza della nuova religione mercantilistica che rimpiazza, a tutti gli effetti, Dio con il Mercato, ma rifiuta di fuggirne le cause, o se vogliamo gli strumenti che ne hanno consentito l'insorgere. Egli stesso descrive meticolosamente le nefaste conseguenze dell'aver rinnegato il cristianesimo ma rifiuta di abbracciarlo; "per non finire in manicomio" dice lui[2].
Riconosce che il mercato ha applicato all'uomo un cartellino con il prezzo, ma si spende a favore di progressi quali l'utero in affitto, aborto ed eutanasia.
D'altra parte, come biasimarlo?
Quanti di noi sono disposti a rinunciare alla dea Libertà personale in ossequio ad un vivere più umano?
Faccio mio l'interrogativo di Térèse Hargot[3], che si chiede se consapevoli dei danni che la pornografia infligge ai bambini, agli adolescenti e ai protagonisti delle scene, saremmo disposti a rinunciarvi, bandendola, per il loro bene a scapito della nostra "libertà" di fruirne.
Voglio sia chiaro che queste considerazioni non scalfiscono la stima nutrita per Galimberti né tantomeno vogliono screditarne il pensiero; è tuttavia necessario, in un'epoca i facili venerazioni messianiche, ristabilire l'ordine delle cose, nel quale rientra la fallibilità di ogni uomo.
Tornando all'origine di questo mio pensiero, interpellato dalla Gruber circa la personalità di Salvini, il terapeuta l'ha descritto come un bullo alla testa di un movimento fascista, seppur diverso da quello di Mussolini, la responsabilità della cui esistenza politica è da addossare ad un elettorato scarsamente colto e di facile indottrinamento. "Ora la accuseranno di far parte di una elite" dice in conclusione la Gruber, scimmiottando l'elettorato di quella compagine politica erede di ciò che è stato il centro destra.
Vivaddio che gli intellettuali possano mangiare delle loro idee, dico io! La pietra d'inciampo sta però nel fatto di considerare le situazioni soltanto parzialmente, rinunciando a quella visione d'insieme che è indispensabile per uscire da una dicotomia calcistica fatta di tifo acritico e facili sentimentalismi. E' davvero accettabile che un'intellettuale dello spessore di Galimberti dia degli idioti analfabeti agli elettori di una determinata parte politica?
Degradare allo stadio di bullo un leader politico ed a quello di idioti i suoi elettori rende automaticamente inaccettabile e deprecabile una qualunque idea politica che accomuni i due, rendendo conseguentemente auspicabile e salvifica qualunque alternativa.

Mi pare innegabile che, almeno nelle parole, la partita si giochi tra una corrente, per così dire, europeista-globalista ed una, per così dire sovranista.
Al di sotto di queste idee c'è l popolo, la plebe, proletariato, i poveri cristi. Questi non agognano che alla possibilità di lavorare dignitosamente in un settore che renda gratificante il proprio operato, a farsi una famiglia e a vivere in serenità; alcuni credono che la rappresentanza debba essere il più possibile centralizzata e competente per un territorio il più vasto possibile; altri credono che la rappresentanza debba essere fisicamente e burocraticamente ristretta a piccole comunità.
Ebbene spostare la narrazione politica sul piano del ritorno delle camere a gas è di una disonestà al limite dell'indecenza.
Potremmo soffermarci sulle reali intenzioni celate dalla propaganda, ed io sono il primo a mettere in dubbio la volontà di applicare le misure proposte, ma non è accettabile  associare il desiderio di configurare uno Stato meno forte, più periferico ed efficiente a mire razziste e genocidiarie. Significa cercare di vincere una discussione screditando l'interlocutore. E significa, inoltre, non considerare l'enorme cultura letteraria, artistica e musicale che contraddistinse i gerarchi nazisti (Goering se ne vantò a Norimberga).
Ma la cosa meno accettabile è presupporre, giocoforza, la superiorità intellettuale e culturale  di una parte di elettorato, smentita immediatamente alla messa in campo  della strategia appena descritta.
Non è sufficiente l'ipocrisia di una stirata ammissione di trasversalità dell'idiozia di fronte a fatti indecenti (si prenda ad esempio gli auguri di morte al malato di cancro Mihajlovic, reo di aver pubblicamente dichiarato il proprio sostegno a Salvini).
No!
Se ad ogni intervento in merito si fa riferimento alla presunta inferiorità intellettiva, culturale e morale dell'avversario, si sta portando la discussione su un piano tanto meschino quanto indegno dell'intelligenza e della moralità che si presume di possedere.

I commentatori dovrebbero uscire da questa logica, dovrebbero abbandonare gli slogan che infiammano tanto i cuori dei sedicenti buoni quanto quelli dei cosiddetti cattivi.

O accettiamo che le persone sono incattivite da una situazione di umana miseria ormai insostenibile e danno pertanto libero sfogo alle proprie bassezze nei confronti dell'avversario, indipendentemente dal loro desiderio di stato centrale o periferico, o siamo condannati ad accusare qualcuno di seminare odio, mentre gongolanti nei nostri bei 70 anni di non belligeranza, garantiti a suon di kilotoni quiescenti, accettiamo di buon grado un bel cartellino con il prezzo; in un'epoca di costante black friday.

mercoledì 27 novembre 2019

Contro la violenza sulle donne

Al riparo dalla sporca ipocrisia di una giornata mondiale conto qualcosa a caso, mi va di ricordare data la ricorrenza della morte, Mercedes Grabowski; August Ames, per i più.
E' stata convinta, da una subdola propaganda battente, a barattare la propria dignità con la ricchezza del suo agente e la pruriginosa alienazione di milioni di frustrati.
Poi, in un rigurgito di autoconservazione, ha deciso che la tanto decantata autodeterminazione, che l'aveva portata nell'olimpo del porno, poteva sfruttarla a modo suo, andando incontro allo tsunami di merda che ti investe quando osi mettere in discussione gli ordini ricevuti. Pochi giorni di pressione social, da parte di tolleranti ed arcobalenosi openminded, sono bastati a far riemergere tutta la debolezza ed insicurezza di una bambina in cerca di approvazione.
L'hanno trovata in un parco pubblico, appesa per il collo ad ondeggiare sopra una pozza del suo stesso piscio, con la faccia livida e gli occhi sbarrati.
Ventitre anni.
E la premiazione postuma per aver partecipato, prima di ammazzarsi, alla più scenografica ammucchiata dell'anno.
Indignati ne abbiamo?

martedì 8 ottobre 2019

L'invasione araba d'Europa

Torna alla ribalta un articolo[1] vecchio di oltre tre anni e come da pronostico tornano alla ribalta i contrapposti luoghi comuni che animano l'universo papista-antipapista.
Come al solito la discussione nel suo complesso ruota attorno ad un concetto estrapolato da un intervento ovviamente corposo e complesso. Che ci si vuol fare? Per capire il papa ci vuole pazienza ed impegno; se solo Simplicio ne fosse capace!

Ad ogni modo, pare che se il papa parla di "invasione araba", vanno tutti fuori di testa; quando poi sostiene che "[...]quante invasioni l’Europa ha conosciuto nel corso della sua storia! E ha saputo sempre superarsi e andare avanti per trovarsi infine come ingrandita dallo scambio tra le culture", le teste esplodono definitivamente[2].
Cosa c'è di assurdo?
Che sia in atto un'invasione è fuori da ogni dubbio; che in Europa ce ne siano state di continuo nella storia, anche; che da questo possa nascere una collaborazione proficua vogliamo davvero negarlo?
Durante quel periodo meraviglioso, che è stato ingratamente chiamato Medioevo, la cristianità e l'islam hanno saputo partorire lo studio di Aristotele, l'algebra, la medicina, l'utilizzo delle lenti... il tutto senza progetto Erasmus!

Cosa avremmo dunque da temere?
Vero è, che a migrare nelle nostre terre è il ceto meno abbiente di paesi considerati in via di sviluppo, e che questi sono generalmente meno istruiti e maggiormente legati al sentimento religioso.
Ma la verità è che noi li temiamo per due ragioni fondamentali, entrambe dipendenti da noi.
Li temiamo perché vengono fondamentalmente importati nella più totale trascuratezza delle più banali regole di prudenza[3], abbandonati, senza uno scopo ne la benché minima possibilità di sperare in un futuro, nelle periferie dove la loro naturale sorte è delinquere, o venire sfruttati in un qualunque posto di lavoro, regolare o no, comunque sempre molto poco dignitoso.
La guerra tra pezzenti fa paura, soprattutto quando si percepisce la dualità del volerli pezzenti fingendo di curarsi di loro.

Ma ciò che fa più paura, è che noi non abbiamo una cultura da poter scambiare per arrivare alla crescita di entrambi.
Abbiamo paura perché contrariamente al Medioevo, oggi siamo liberi dalla cristianità, sostituita con qualcosa di non ben definito, nato si e no un paio di secoli fa. Che cos'è questa cosa? Illuministmo? Socialismo? Nichilismo? Relativismo?
E' la negazione dell'unicità dell'essere, è la negazione della stessa natura umana!
Continuo ad avere nelle orecchie le dichiarazioni dei potenti d'Europa all'indomani degli attentati terroristici che hanno insanguinato le città europee: "non rinunceremo ai nostri valori!".
Mi piacerebbe davvero sapere che cosa, questi aberranti abomini post-futuristi, vorrebbero contrapporre a che cosa.
Citeranno Ursula Von der Leyen, quando l'arabo pretenderà che venga legiferato secondo gli insegnamenti del profeta Maometto?
Si vanteranno delle perle di saggezza di Jacque Attali discutendo gli insegnamenti di Gialal al-Din Rumi? E che contributo sapranno apportare agli insegnamenti di Ibn Arabi?
Quando questi uomini e queste donne che ci stanno invadendo, ci porranno di fronte a domande profonde sulla natura umana, sul rapporto tra individuo e società, sulla giustizia, sulla morale, ora che abbiamo rinunciato a Francesco d'Assisi, Tommaso d'Aquino e Caterina da Siena cosa risponderemo?
Quando ci chiederanno quali sono i valori a cui non siamo disposti a rinunciare, sappiamo già che non sapremo rispondere. Sappiamo già che ci guardano da lontano, scimmiottare qualche sconosciuta filosofia orientale ammantata di faccio-quel-cazzo-che-mi-pare-esimo per dare un tono al nostro incistato infantilismo.

Gli arabi ci guardano, guardano i nostri occhi languidi su Osho e si fanno delle grasse risate! Sanno bene che ai loro Arkān al-Islām noi contrapponiamo sesso,droga&eutanasia; che alla loro Sharīʿa rispondiamo che non battezziamo i nostri figli perché sceglierà-da-grande.
Gli arabi lo sanno da anni, da quando quegli sciagurati anni '60 hanno iniziato ad avvelenare gli adolescenti, rendendoli schiavi di quella pubertà irresponsabile ed istintivamente ribelle che oggi è lo stile di vita occidentale. Lo disse, Houari Boumédiène, che nei decenni milioni di uomini sarebbero migrati verso nord, con l'intento di conquistare le terre europee e che ci sarebbero riusciti senza armi ma bensì con i ventri delle loro donne. A coloro che non credono nella citazione riportata dalla Fallaci[4], ricordo il più recente appello del presidente Erdogan[5].

Loro lo sanno, noi lo sappiamo.
Siamo un'accozzaglia di popoli senza cultura, senza storia e senza radici che sta accogliendo, a spregio di qualunque buon senso, orde di persone ben radicate nella loro cultura con una chiara prospettiva per il futuro.

Questo "scambio tra culture" porterà iPhone e McDonalds tra donne con il niqab, e mentre piangeremo per la mancata transazione a favore di Netflix, ci troveremo con la schiena solcata dalle frustate che ci saremo guadagnati per qualcosa che oggi, non solo non consideriamo punibile, ma nemmeno sbagliata.
Questo, qualcuno che si è reso conto di ciò che siamo ma non vuole o non riesce a liberarsi di quelle catene che chiama diritti, lo vede chiaramente.
E ne ha paura.